voci da peacereporter (intervista a Gino Strada da Enrico Piovesana)

Dottor Strada, qual è la situazione dei tre ospedali di Emergency in Afghanistan?

 

Gli ospedali di Kabul, del Panjshir e di Lashkargah sono chiusi. I pazienti sono stati tutti dimessi dopo aver ultimato le cure di cui necessitavano: le ammissioni le avevamo già bloccate diversi giorni fa. I pochi pazienti non ancora in condizione di essere dimessi sono stati trasferiti in altre strutture ospedaliere.

Dentro abbiamo lasciato tutta l’attrezzatura medica. Il personale afgano dei tre ospedali, 1.200 persone in tutto, è stato mandato a casa, con salario garantito fino a fine maggio. Per sicurezza abbiamo lasciato solo le nostre guardie a sorvegliare le strutture e alcune decine di persone a far la guardia fuori dagli edifici e a fare le pulizie all’interno. Tutto questo perché vogliamo essere nelle condizioni di riaprire e riprendere l’attività in ogni momento.

L'ospedale del PanjshirQuindi non escludete la possibilità di tornare in Afghanistan?

Certo che no, ma poniamo delle condizioni. Il presupposto minimo, ma anche quello più difficile da ottenere, è la liberazione di Rahmatullah Hanefi. Il secondo è che vengano garantite condizioni di sicurezza a tutto il nostro staff, in maniera chiara: non ci bastano le belle parole che arrivano in queste ore da alcuni ministeri afgani. Ormai siamo abituati alla doppiezza delle autorità afgane. Ci vogliono i fatti. E da un mese a questa parte i fatti sono che il governo Karzai ha fatto di tutto per espellere Emergency dall’Afghanistan, arrestando il nostro personale, accusandoci di sostenere i terroristi indicandoci, quindi, come un nemico e infine mandando la polizia nei nostri ospedali. Il governo afgano ha minacciato Emergency e ha dato seguito a queste minacce. Gli inviti a tornare rivoltici da alcuni esponenti del governo contrastano apertamente con questi fatti, che sono stati tali da costringerci ad andarcene.

L'ospedale di KabulCome si sente, personalmente, in questo momento?

Ora mi sento tranquillo, per il nostro staff, che evidentemente non era più al sicuro, e anche per in nostri pazienti, perché in queste condizioni non eravamo più in grado di offrire servizi qualitativamente adeguati alle loro necessità: restare avrebbe significato ingannarli, illuderli e quindi danneggiarli. In questo momento per Emergency l’Afghanistan è un paese pericoloso, dove non è più possibile lavorare. Ovviamente la mia tranquillità sparisce se penso a Rahmatullah, chiuso in carcere a Kabul da oltre un mese.

Cosa si aspetterebbe ora dal governo italiano?

 

Il governo italiano è corresponsabile della carcerazione di Rahmatullah Hanefi e, con il suo disinteresse, della situazione che si è venuta a creare. Un governo che ha un minimo di dignità, che sia di destra o di sinistra, protegge i suoi uomini: non solo i suoi cittadini, ma anche coloro i quali lavorano per lui. Rahmat, nella vicenda Mastrgiacomo, ha lavorato per il governo italiano. Ma questo governo non lo ha protetto. Perché questo governo non ha la dignità necessaria per opporsi a una decisione che colpisce un suo uomo. Forse perché quella decisione non è stata interamente afgana, bensì mossa da “mani invisibili”, come ha detto giorni addietro il ministro afgano della Sanità. Mani statunitensi, ovviamente.

Quale interesse avrebbero gli Stati Uniti a colpire Emergency?

Emergency, soprattutto nel sud del paese, era percepita come una presenza scomoda. Era, anzi, l’unica presenza scomoda rimasta in zona di guerra. Il solo fatto di curare i civili vittime dei bombardamenti aerei della Nato è una cosa sgradita a chi sostiene che l’Occidente sia lì per portare democrazia e per ricostruire il paese. Non ho mai visto bombe che riscostruiscono! Tolta di mezzo Emergency, nel sud dell’Afghanistan rimangono solo soldati e spie.

Enrico Piovesana

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